lezioni di vita

Hans Klaar. Girare il mondo su barche in legno fatte da se

Ho chiuso il 2021 con una esperienza davvero unica, a Fuerteventura (Canarie), dove ho conosciuto Hans Klaar assieme all’amico Tommy del Giornale della Vela, che lo incrocia per caso surfando in uno dei tanti spot dell’isola, mentre trascorriamo dei giorni di vacanza per Natale, con mogli e sua figlia. 

Un vero marinaio “ecosostenibile”, a bordo della sua Ontong Java II, una barca a vela “crab claw” (vela triangolare) in legno, di 75 piedi, fatta da lui nel 2012 con materiali la maggior parte di riciclo, su una delle spiagge del Gambia. In quei mesi ha coronato il suo nuovo sogno e ora, vi racconto la sua storia che ha dell’incredibile e che abbiamo avuto la fortuna di ascoltare vivendola per mare. Oltre ad altre scoperte fatte, surfando poi la rete.

Hans Klaar: navigare per un bisogno di libertà

Perché una persona decide di vivere la sua vita lontano da ogni “moderno schema sociale”? Perché decidere di girare il mondo, abbandonare “i limiti” della vita di tutti i giorni per oltrepassarli, lasciandosi andare solo a ciò che non è programmato e programmabile, se non dal contesto in cui ci si trova in quel preciso momento? 

La risposta la si trova nella luce che hanno queste persone quando hai la fortuna di incrociare il loro sguardo, mentre condividi un bicchiere di rum. Bibita che non manca mai a bordo. Un fendente emotivo che ti entra nel cuore e nell’anima, scombussolando ogni riferimento valido che ritieni di avere, mentre le storie che raccontano alzano tanta polvere, quella deposta su ogni tuo buon proposito, mettendoti violentemente di fronte al grande quesito: ce l’avrei anche io il coraggio di fare la loro stessa vita?

E’ vero che tecnicamente la vela si è evoluta enormemente ma girando il mondo e nemmeno poi così tanto lontano in questo caso, è bello arricchirsi di queste esperienze solo da ascoltare, senza giudicare. E capiremo leggendo perché. 

Personaggi, non di un romanzo ma della realtà, quelli che la vela la intendono esattamente come la storia insegna: dal punto di vista del mare. Che poi è esattamente lo spirito di questo blog.

Una storia incredibile, ricordando un po’ anche quella di Bernard Moitessier (altra storia di vita) uno tra i primi navigatori solitari che verso la fine degli anni ’60 fu tra i primi a circumnavigare il globo senza scalo, con il suo ketch “Joshua”. Non in legno ma stesso senso di libertà e amore, per il mare e la navigazione.

Foto tratta dal sito dell’amico Marco Nannini: globalsolochallenge

Se non avete mai letto il suo libro “La lunga rotta” fatelo. Descrive questa impresa epica (sicuramente per quel tempo), soprattutto dopo aver preso parte alla prima edizione della “Golden Globe” assieme agli altri temerari come lui ma, decidendo al contrario di ogni aspettativa, di non tornare più in Inghilterra per ricevere il suo premio (dato che era in testa), continuando invece imperterrito il suo viaggio, per un altro mezzo giro del mondo, facendo in totale quasi 38 mila miglia, senza scalo. “Sono felice in mare e forse, anche per salvare la mia anima”, una delle sue frasi.

Ma noi adesso parliamo di un’altra storia, quella di Hans Klaar, svizzero, ultra cinquantenne (al momento in cui scrivo). Figlio d’arte, diciamo così. Il papà, dopo un passato turbolento (cose come mercenario, legione straniera, combattuto i pirati nelle Filippine) decide di dedicarsi solo alla navigazione (quale scopo non si sa) comprando un giunco thai, portandosi poi dietro il figlio ancora piccolo. Inizia così la sua avventura di passione per il mare. La scuola? Eh, abbiamo scoperto che avrebbe voluto fare biologia marina ma non avendo mai frequentato, è rimasto solo un sogno.

Quanto di vero ci sia in ciò che racconta non importa, soprattutto se facendo un po’ di ricerche, ci si imbatte in cronache rocambolesche che raccontano di qualche anno di galera in Sud Africa ed estradato poi in Nuova Zelanda per un presunto stupro, assieme a quelle del padre e di un fratello contrabbandieri, del ritrovamento di un galeone portoghese con un carico d’oro e argento, che gli permettono di uscire da anni di disagio, oltre alle mille altre vicende che lo legano oltre al resto, alle liste dell’Interpol, ai rumors del fratello che come loro, è segnato da lunghe ombre di presunti atti criminali ma mai del tutto chiariti. Almeno, è ciò che si legge “in giro” e in parte devo dire, non le nascondeva neppure.

Ma che dire, lasciamoci prendere solo dalla più positiva nomea di grande navigatore e costruttore di barche. Fama che a quanto pare viaggia dal sud Africa al Madagascar e fino alla Nuova Zelanda e all’Australia. Dunque, quel che conta è lasciarsi andare solo alle emozioni (molto personali) che si alimentano ascoltandolo.

Di certo però è un marinaio, questo non glielo si può negare.

Lasciamo perdere anche la parte: “eh, si vede che se lo può permettere”, compreso il dubbio che il vecchio tesoro del galeone portoghese del ‘500, potrebbe dargli supporto. Rimaniamo dunque fermi su ciò che a noi interessa, la parte buona che si trova in tutto quello che abbiamo scoperto su di lui dopo averci navigato e cioè: girare il mondo su barche in legno. L’unica intrigante storia che vogliamo ascoltare e che abbiamo vissuto.

Per tutto il resto, lasciamo ad uno sceneggiatore pensare di farci un film, perchè con tutto quello che non vi sto a raccontare in questo articolo e che abbiamo scoperto, sarebbe davvero lungo scriverlo.

Hans mi racconta che ama questo stile di vita, quello intimo e vero di chi decide di abbandonarsi alla libertà (pensando a ciò che ho letto, lo capisco) e alla responsabilità (pensando a ciò che ho letto, spero) di ogni propria azione, giusta o sbagliata che sia e che il corso degli eventi impone. Per bisogno, dovere o piacere, non ci è dato saperlo. Ma dal mio punto di vista, potrei dire che è così.

Un modo di vivere senza i classici “punti fermi”, il posto sicuro, la casa e uno stipendio, che forse a lui, non sono mai interessati davvero.

Là, in ogni parte del mondo ovunque si trovi, dove l’unica vera ricchezza è ciò che vivi e impari, da te stesso e dalle persone che incontri, dalle bastonate che prendi e dalle volte che ti svegli certo, che un’altro giorno inizia con un’alba e finisce, con il calar del sole. Senza status, senza symbol, solo essenza.

Ciò nonostante, questo stile di vita non gli impedisce di ottenere le classiche certificazioni utili per navigare in giro per il mondo. Uno su tutti lo Yachtmaster Ocean e considerando la persona che ho di fronte, non avrebbe senso parlare dunque di RINA, STCW95 e di tutto il resto a cui siamo abituati “noi altri”. Avrei paura della risposta.

La notizia più interessante di cui discutere al momento, è che stiamo navigando su una barca per niente omologabile e forse, neppure omologata. Ah, per la cronaca: ha anche 2 mogli e 3 figli. Non so dove e non voglio saperlo.

Hans Klaar è magro e molto forte. Alto, almeno un metro e novanta. Piedi, mani e dentatura enormi, rovinate dal lavoro e probabilmente anche dal suo “stile di vita”. Volto scavato e tanti capelli arruffati che, al contrario mio, non danno segni di alcun capello bianco. Genetica o contrastanti stili di vita?

Abbigliamento assolutamente in controtendenza con lo yachting style moderno: jeans strappati, rattoppati e scoloriti dal sole, giacca ultra decennale in finta renna con collo di finto pelo ispido (mi dice che ne ha diverse), chiazzata qua e là da macchie di chissà cosa ed una maglietta, di Ozzy Osbourne ovviamente bucata e lacerata, addolcita solo da una collana di finte pietre verdi. Almeno, è ciò che dice. Con noi è sempre sorridente, ospitale e sicuro. Sicuro di ciò che fa, di ciò che è (chi è davvero?), con uno sguardo accomodante ma fermo, temerario, spavaldo, accigliato solo dal fumo del sigaro che tiene tra i denti. 

Sembra proprio lo stereotipo del paraculo hippie, che gioca a fare il cantastorie con i turisti. Ma lui non cerca turisti, se non viaggiatori casuali con cui condividere il viaggio e noi, non cerchiamo un hippie paraculo e cantastorie. Quanto vorrei però approfondire di più la sua storia. E mi sa che lo farò.

Siamo a casa sua, a bordo del suo mitico Ontong Java II finalmente, dopo che ci ha raccolti con il suo tender (ovviamente in legno) al molo di Corralejo, giusto il tempo di raccogliere anche le classiche secchiate di schizzi quando risali controvento, nella classica giornata nuvolosa e ventosa.

Con lui c’è la sua attuale crew, composta da 3 giovani ragazze: Blanca la spagnola, Fernanda la messicana e non ricordo più il nome, quella inglese, imbarcate più o meno ovunque e con più o meno mesi di navigazione fatta assieme. Blanca ha già attraversato con lui l’Atlantico.

Non fare domande” è stata comunque la risposta riguardo a questo argomento, appena salito a bordo. Touché! A parte i facili commenti (che con il senno di poi alimentano pensieri), quello che ho visto comunque è stato solo un atteggiamento di grande coinvolgimento e attenzione, quasi paterna. Ma lasciamo ai posteri, l’ardua sentenza.

I numeri di Ontong Java II

Prima di Ontong Java II, il nome della barca a vela su cui ci troviamo e che si ispira a un atollo corallino a nord dell’isola di Ysabel (Isole Salomone), a quanto pare ha avuto anche Rapa Nui (ispirata invece all’Isola di Pasqua), sempre in legno e fatta da lui, con la quale si è fatto le ossa qua e là per il Pacifico, lungo un periodo di circa 2000 miglia di navigazione (ndr.). Lui la navigazione del Pacifico (a certe latitudini) la definisce semplice. Solo che le distanze sono troppo ampie. Tutti qui.

Ontong Java II, è una barca di quasi 75 piedi, principalmente in legno di mogano, credo di tipo Hhaya. Mi sono informato. Legni morbidi da lavorare ma durevoli, usati solitamente per fasciame e lastronature di tughe. Anche se nel suo caso, recuperati direttamente nella foresta o lungo le spiagge del Gambia.

4 mesi per costruire lo scafo, sulla linea delle Anaan, scafi polinesiani delle isole Tuamotuan. Progetto navale, dice Hans, usato anche dal commodoro Wilkies e l’ammiraglio Paris, approssimativamente nel 1845. 

Ciò che la distingue sono i materiali di riciclo, in parte recuperati da barche in legno (e non solo) distrutte e abbandonate lungo i mari del mondo e da altri pezzi comprati (pochi), da qualche altro viaggiatore o nei classici negozi ma soprattutto legno, come tradizione vuole. 2 scafi asimmetrici composti da 2 tronchi d’albero lunghi 9 metri e del diametro di 1,5. 

Altri 2 mesi poi sono serviti ad armarla e attrezzarla con l’indispensabile. Vele ricavate da altre 3 e cucite assieme. Stralli (originali, recuperati da chissà quale barca), cime e scotte, abbondanti. Il frigo non esiste, il bagno nemmeno. Si usa lo scafo di dritta a poppa (che vuol dire quello di destra), a cielo aperto, direttamente in mare. Il GPS e la radio invece ci sono. Quelli sono utili. L’acqua potabile invece è raccolta in decine di taniche sparse sopra e sotto coperta. Un po’ fatta nei porti e un po’, acqua piovana.

Lo scafo di dritta (quello dove c’è il wc) misura 21,5 metri LOA (che vuol dire “fuori tutto”), 2,5 mt è la sua larghezza e 1,8 mt l’altezza. Ospitano cuccette, cucina e spazi vari interni per stivare cibo, surf, canne da pesca, taniche di varie cose, ecc. Nel video sotto, la si può ammirare in tutta la sua magnificenza.

Stesse misure per lo scafo di sinistra, che però è lungo poco più di 17 metri. Il pescaggio invece è solo di 60 centimetri e come dice Hans, lo scafo è dislocante. Uno scafo di questo genere non crea alcun problema di nausea e la vicinanza tra i due, permette un’ottima stabilità. La traversata atlantica però non l’ho provata, non saprei darvi un giudizio obiettivo.

E’ comunque perfetto per atterrare direttamente in spiaggia e aspettare la bassa marea per definirsi “ormeggiati”. Quando il tempo lo permette. Altrimenti c’è ovviamente una mega ancora un po’ arrugginita, assieme a qualche metro di catena e cima, che Hans butta in acqua e poi salpa, ovviamente a mano.

In coperta abbiamo tantissimo spazio: 13 x 6,5 metri ca. (85 mq, come un appartamento), dove ci si muove molto bene e in sicurezza e dove si trovano gli accessi verso l’interno della barca a prua e a poppa (coperti da “boccaporti” in legno), oltre alle varie manovre, ritenute e bozzelli, tutto rigorosamente in tessuto e cime. Tranne alcuni Harken (soprattutto per la randa), recuperati come sempre, da barche derelitte. Pochi chiodi insomma e tanto, tanto legno tagliato non del tutto regolarmente che a guardarlo, pensi solo quanto sia incredibile che questa barca abbia attraversato 7 volte l’Atlantico (est verso ovest e viceversa). Hans docet.

Il nostro Hans mi racconta anche che durante una traversata, il suo gioiellino ha fatto 400 miglia in 40 ore, “surfando” con randa terzarolata e 28 nodi di vento, pur avendo un peso totale di quasi 10 tonnellate e gestendola da solo, senza alcun problema. 

Ontong Java è una barca che indubbiamente viaggia, lo abbiamo testato. Tiene bene la bolina, fino a 50 gradi di rotta ed ha anche raggiunto 11 nodi di velocità (vento in poppa – ma questo fa parte di una delle sue traversate), pur non mettendo in difficoltà le lunghe pale del timone, in legno come tutto il resto, fissate allo scafo solo da cime e blocchi di legno. 

Davvero tanta roba. Certamente, non si pone il problema dei colori in coordinato, ne’ delle stoffe per le tendine. Per cui ti faccio una domanda: tutto ciò, ha o no dell’incredibile?

Cosa rimane di questa esperienza?

Che tutto è possibile e che i veri limiti sono solo nella nostra testa. 

Che l’abbigliamento non fa il monaco, il marinaio, tanto meno la crew.

Che il viaggio è l’unica cosa che rende ricchi, di ciò che realmente serve, assieme alle persone che con qualche cento euro, permettono ad Hans di arrotondare, assieme al baratto, ai regali e a qualsiasi cosa gli possa servire per arrivare al giorno dopo. Salvo errori e/o omissioni, che con il tempo approfondiremo.

Che se pensi ai fulmini, lui li ricorda ridendo, dicendo che è rarissimo incontrarli e che solo una volta gli è esploso l’albero colpito da una saetta (nonostante abbia l’impianto di dispersione) ma che poi essendo un tronco, lo ha rifatto con poco. 

Che la vita è un attimo e che forse, gli può anche essere andata di culo fino ad ora. Quindi facendo due conti, 40 anni di fortuna? Bah, sarà così evidentemente. Considerando soprattutto le cronache e le leggende.

Che la vera vita infine è il viaggio che facciamo, non la destinazione da raggiungere. E questo però… chi lo può negare?

Che se vuoi contattare Hans Klaar non ha ovviamente un sito, i social ma solo un telefono e whatsapp. Per cui, nel caso volessi vivere questa esperienza, perchè è di ciò che si tratta o navigare con lui in qualche parte del mondo, lo puoi trovare per caso in giro per il mondo oppure, scrivimi che adesso ho anche il suo numero.

E se ti è piaciuto questo articolo, condividilo con chi credi possa capire il succo di questa storia, anche se non necessariamente prendendola d’esempio, magari solo in parte.

Non tutti noi in fondo, nonostante i grandi sogni e desideri che abbiamo, nasciamo realmente così liberi di esistere. E aggiungerei, liberi davvero?

Buon vento!

Attimi, di vita a bordo…

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